IL SUICIDIO IN GIAPPONE VISTO DA UN INTELLETTUALE - 6 marzo 2021

Murakami Ryu (niente a che vedere con l’omonimo scrittore Murakami Haruki) è al tempo stesso uno scrittore irriverente e un osservatore attento della realtà giapponese. Di lui in Italia sono stati pubblicati alcuni libri, il più famoso dei quali “Tokyo Decadence” – che si interessava soprattutto dei costumi sessuali in Giappone e sul quale scriverò una prossima recensione - nonché alcuni articoli e interventi di costume.

Uno particolarmente interessante compare sul periodico “The Passenger” della Casa Editrice Iperborea dedicato al Giappone e offre la possibilità di sondare il suo punto di vista su alcuni aspetti critici della società Giapponese, la cui descrizione permette al lettore di conoscere un po’ meglio questa affascinante società e le regole che ne reggono il funzionamento.

Il punto di partenza della sua analisi consiste in un elenco di 4 comportamenti tipici di quella cultura che l’autore non condivide minimamente ma è in grado di accettare purché tengano lontani dal suicidio, che è una problematica quanto mai presente nella realtà giapponese: i dati aggiornati al 2017 parlano di un tasso di 16,7 suicidi ogni centomila abitanti, quasi tre volte quello italiano.

Il primo di questi comportamenti è costituito dai cosiddetti “gokon”, che sono le serate organizzate per conoscere persone del sesso opposto, specie di appuntamenti al buio in cui i timidissimi giovani adulti giapponesi di entrambi i sessi spesso si rifugiano per risolvere le proprie difficoltà di interagire con il prossimo. Il secondo riguarda il mercato del sesso (chiamato “enjo kosai”, o “incontro con compenso”) che è una caratteristica abbastanza tipica del Paese del Sol Levante. Il terzo è costituito dal ricorso alla chirurgia estetica e il quarto dalla proverbiale ossessione per i marchi famosi della moda, imperante nella cultura giapponese.

L’idea di Murakami è che la pervadenza del fenomeno dei suicidi nella società giapponese sia una conseguenza del venire meno del concetto di “desiderio”. Di conseguenza ciò che permette al desiderio di resistere e di porsi come argine a un simile atto estremo – che sia come relazione, sesso o immagine di sé - è comunque ben accetto, per quanto distante dai gusti e dalle convinzioni dell’osservatore.