KINTSUGI, O LE CREPE DELLA VITA RIPARATE CON L’ORO - 04 giugno 2021

Come era stato preannunciato nell’approfondimento del 22 marzo, dedicato al libro di Yen Mai “Il Pensiero Giapponese”, ho deciso di dedicare alcuni dei miei interventi in questa sezione del Sito a elementi delle cultura e della lingua giapponese che a mio parere risuonano nelle vicende di tutti noi, indipendentemente dall’essere o meno coinvolti in un percorso di psicoterapia, e indipendentemente dalla posizione che ricopriamo in quel percorso se decidiamo di intraprenderlo. L’acutezza e la profondità della cultura del Sol Levante sono in grado di aiutarci, magari solo descrivendo in modo semplice e puntuale nostri modi di agire e di pensare.


Il concetto di “Kintsugi” trae origine da un particolare modo che hanno i giapponesi di riparare gli oggetti che si rompono.

Secondo la mentalità occidentale un oggetto che si rompe, per esempio una tazza, perde il proprio valore, va gettato o al limite occorre ripararlo cercando di fare in modo che la linea di rottura rimanga il più possibile invisibile a chi osserva. Questo approccio è letteralmente l’opposto rispetto a quello giapponese, in base al quale ci si deve accostare al concetto di “riparazione” mettendo in evidenza i segni del passaggio del tempo, le vicissitudini che ha affrontato l’oggetto e che da esse ha tratto semmai maggiore pregio. La riparazione viene fatta utilizzando l’oro, in modo che il punto di giuntura tra i due pezzi rotti diventi una striscia che impreziosisce l’oggetto, anziché impoverirlo. Il procedimento consiste nell’utilizzo di una particolare vernice dorata a cui viene unito un collante. L’attento lavoro degli artigiani giapponesi restituisce così interezza all’oggetto, ma è anche espressione simbolica del ripristino della bellezza. Non a caso il concetto di “Kintsugi” risulta dall’unione delle parole “kin” (“oro”) e “tsugi” (“unione”). L’oro diventa un pregiato materiale adesivo che permette di ottenere nuovamente l’unicità dell’oggetto.

La tecnica del “Kintsugi” non si limita alla sola riparazione; talvolta non è sufficiente unire due parti ma è necessario sostituire un frammento mancante, creando un pezzo su misura a quel punto interamente d’oro. In ogni caso, che si tratti di unire due parti sanando una linea di rottura o sostituire un frammento mancante, tipico del “Kintsugi” è l’utilizzo dell’oro, al fine di valorizzare l’imperfezione, abbellendo ciò che si è rotto.

Questo tipo di arte appartiene sia agli oggetti, sia al nostro spirito, e qui emerge fortemente l’aspetto metaforico e curativo di questo concetto. Infatti, trasposto alla nostra vita, il “Kintsugi” equivale ad accettare il proprio passato, donando bellezza alle lesioni fisiche o emotive, visibili o invisibili che la vita ci ha portato, nella consapevolezza che le esperienze dolorose non ci indeboliscono ma – se vengono comprese a fondo – sono in grado di valorizzarci rendendoci simili proprio ai vasi di porcellana riparati con l’oro.

In questo senso la filosofia del “Kintsugi” condivide parecchi aspetti con quella del Wabi Sabi di cui si è scritto in un approfondimento precedente, perché in entrambe è forte l’accettazione dell’inevitabile corso degli avvenimenti: d’altra parte nel corso della vita si succedono momenti di crisi, tristi e difficili, e l’esistenza stessa presuppone l’eventualità di soffrire. In questo senso i segni delle sofferenze subite non equivalgono a segni di debolezza, ma sono piuttosto delle medaglie da sfoggiare con orgoglio, occasioni per diventare negli anni la migliore versione possibile di noi stessi.