NINTAI: SCRIVO “PAZIENZA”, LEGGO “PERSERVERANZA”. - 05 luglio 2021

Come era stato preannunciato nell’approfondimento del 22 marzo, dedicato al libro di Yen Mai “Il Pensiero Giapponese”, ho deciso di dedicare alcuni dei miei interventi in questa sezione del Sito a elementi delle cultura e della lingua giapponese che a mio parere risuonano nelle vicende di tutti noi, indipendentemente dall’essere o meno coinvolti in un percorso di psicoterapia, e indipendentemente dalla posizione che ricopriamo in quel percorso se decidiamo di intraprenderlo. L’acutezza e la profondità della cultura del Sol Levante sono in grado di aiutarci, magari solo descrivendo in modo semplice e puntuale nostri modi di agire e di pensare.


Il concetto alla base del Nintai è presto spiegato: significa insistere nei propri propositi, con determinazione e costanza, a piccoli passi e senza lasciarsi scalfire dalla paura del risultato.

L’idea è quindi quella di avere pazienza, esercitarsi alla perseveranza senza arrendersi mai. La struttura del termine “Nintai” deriva da due parole, “Nin” che significa “nascondere” (e da cui per inciso deriva il termine “Ninja”) e “Tai” che significa “sopportare”, “resistere”. Il significato del termine richiama quindi la capacità di attendere in silenzio, quasi nell’ombra, i frutti del proprio lavoro.

E qui si collega un discorso estremamente importante, relativo alle giustificazioni di chi crede nel potere assoluto del talento. Coloro che credono al talento naturale pensano che chi ha successo in un determinato ambito non faccia alcuna fatica a ottenerlo, proprio grazie alle proprie qualità che renderebbero tutto facile. Questo modo di ragionare apre la strada verso la mediocrità. È infatti più facile dire “non riesco a fare quella cosa come lui perché lui ha delle doti di cui io sono privo” piuttosto che dire “non riesco a fare quella cosa perché non ci ho lavorato tanto quanto lui, che sembra abbia superpoteri”. Questo habitus mentale pone nella situazione e nella condanna di ammirare da lontano un traguardo che rimarrà irraggiungibile. La paura di fallire ce l’hanno tutti, e chiunque cominci a fare qualcosa che è nuovo ha ottime probabilità di fallire. Il Nintai sotto questo punto di vista suggerisce di provare, riprovare e riprovare ancora, sopportando il dolore delle cadute e l’umiliazione del fallimento, che non è null’altro che l’altra faccia del successo, perché fallire è l’inizio della via per la grandezza. La vera sconfitta non è non provare.

In questo senso aiuta il confronto con i bambini e la loro curiosità, la voglia che li accompagna nel corso del loro processo di crescita di provare e sbagliare. Che sia il camminare, il mangiare da soli o il parlare, trovano tutto divertente e non si abbattono per gli inevitabili insuccessi. Questa meravigliosa capacità - chissà perché – viene in seguito dimenticata da quegli ex bambini ormai imperfetti, che sono gli adulti.

4 sono le parole giapponesi che si collegano al concetto di “Nintai” e che ne definiscono le caratteristiche.

  • La prima è “gambaru”, che significa “dare il meglio di sé”, “lavorare tenacemente in momenti difficili”.
  • La seconda è “yakkuri”, che significa “nascondere la fatica” o “tollerare in silenzio le difficoltà”.
  • La terza è “gaman”, che significa “sopportare”.
  • La quarta è infine “enryo”, cioè “avere riserbo, discrezione”.
Ecco come un concetto apparentemente semplice riesce a sviluppare e ad articolarsi in molteplici significati che ne arricchiscono il senso.