TSUNAMI E PSICOTERAPIA - 10 ottobre 2020

La vicenda è nota: a causa del terremoto avvenuto l’11 marzo del 2011, le coste del Giappone sono state successivamente sconvolte da uno tsunami di proporzioni gigantesche, che ha seminato morte e distruzione nella popolazione che abitava in prossimità del mare.
La casa editrice Iperborea pubblica una collana – che si intitola “The Passenger” – che è formata da monografie dedicate a vari Paesi. In quella dedicata al Giappone il giornalista inglese Richard Lloyd Parry ha scritto un proprio contributo intitolato “Fantasmi dello Tsunami”, che si è dedicato proprio a una delle conseguenze del rovinoso Tsunami del 2011, nei racconti del reverendo Kaneda, il sommo sacerdote di un tempio zen.

Questo sacerdote ha raccontato di aver dovuto operare centinaia di riti e interventi di pacificazione in aiuto di persone scampate alla catastrofe certe di aver incontrato i fantasmi dei morti dello tsunami. I racconti erano i più vari, ma erano tutti popolati da uomini, donne, anziani e bambini incontrati nei pressi delle zone colpite dallo tsunami vari giorni dopo l’evento, con vestiti bagnati e sguardo spento, che passavano accanto ai sopravvissuti ora guardandoli con riprovazione, ora con tristezza: erano gli spiriti dei morti che sembravano arrabbiati con chi era sopravvissuto al dramma, ma che soprattutto sembravano chiedere pace e riposo, la possibilità cioè di essere aiutati ad approdare al nuovo mondo dei defunti a cui non sentivano ancora di appartenere.
Grazie all’intervento e ai rituali di questo sacerdote e di altri sacerdoti come lui, i vivi sono riusciti a non essere più tormentati da questi incontri con i fantasmi, oppure - vedendo la cosa da un altro punto di vista - i morti hanno trovato la propria pace e hanno accettato la propria nuova condizione, “perdonando” i sopravvissuti.
Questo aneddoto, con tutta la propria drammaticità ma anche il suo fascino, ci riporta a una domanda che in psicoterapia ha una fondamentale importanza: che cos’è la realtà?
Secondo una impostazione razionale, la realtà è là fuori, e aspetta soltanto che la conosciamo. È immutabile, possiamo apprenderla ma se siamo “malati” la distorciamo e la leggiamo in modo sbagliato. In quel caso niente paura, esistono i professionisti della salute mentale e – se non sono sufficienti – farmaci a volontà.
Secondo una impostazione che possiamo chiamare “costruttivista”, la realtà non è per nulla immutabile, ma viene man mano costruita dagli occhi dell’osservatore che la vive. Per me una cintura serve a evitare che i pantaloni mi caschino, per un bambino che è stato oggetto di violenza in famiglia è un oggetto di tortura, e nessuno dei due in realtà sbaglia.
Applichiamo questo ragionamento allo tsunami e ai morti privi di pace con cui i sopravvissuti dovevano fare i conti.
Quel fenomeno poteva essere letto come una sorta di allucinazione collettiva, da risolversi con la collettiva assunzione di farmaci antipsicotici, di calmanti, di ansiolitici o chissà che altro.
Oppure poteva essere letto nel rispetto della sua letteralità, aiutando i morti a ritrovare la propria pace e grazie a questo a calmare le paure dei vivi.
Quel sacerdote zen ha fatto una scelta di rispetto nei confronti dei propri interlocutori, e di umiltà nei confronti della realtà, poiché ha rinunciato alla propria personale costruzione, accettando quella delle persone che aveva davanti, nel rispetto della loro diversità, specificità e sensibilità. Quel sacerdote zen si è comportato da perfetto terapeuta costruttivista, e con ciò ha profondamente aiutato i vivi, e forse anche i morti.
Un famoso psicoterapeuta costruttivista e sistemico, un giorno si trovò di fronte un paziente psicotico. Questo paziente gli spiegò che prima di iniziare il percordo terapeutico avrebbe dovuto chiedere il permesso ai suoi demoni. Lo psicoterapeuta non si perse d’animo, e fece al proprio paziente un discorso più o meno di questo tipo: “senta, io non so se i suoi demoni ci siano veramente o no, però per favore spieghi loro che sono pregati di lasciarci lavorare in pace, e io prometto che non li disturberò”. La terapia funzionò, e la cosa andò benissimo per il terapeuta e per il paziente. Probabilmente anche per i demoni.