Qual è il senso di una sezione in cui si commentano libri - la maggior parte dei quali di narrativa - in un sito di Psicoterapia e Mediazione Familiare?
Apparentemente nulla. Ci si aspetterebbero commenti sulla depressione o sull'ansia, ma i libri cosa c'entrano?
La mia opinione è che i libri c'entrano eccome.
Come lettore mi aprono a mondi plurimi rispetto al ristretto orizzonte della mia vita quotidiana.
Come terapeuta mi raccontano vicende, modi di pensarle e affrontarle che tanta similitudine hanno con le storie che sento ogni giorno nel mio lavoro.
E mi permettono di imparare, pagina dopo pagina.

Georges Simenon – Lettera al Mio Giudice - Adelphi

Esistono alcuni romanzi che rimangono nella memoria di chi li legge come specie di pietre miliari. Possono essere quelli che in seguito verranno ricordati come “romanzi di formazione”, possono essere riferimenti culturali, artistici o stilistici.

Quest’ultima categoria, il riferimento stilistico, è per me “Lettera al Mio Giudice”. La scrittura di Simenon, che già è quanto di meglio si possa immaginare per fluidità, chiarezza e facilità (scrivo “facilità”, poi si può sempre provare a imitarla per capire il senso della parola, che non vuole certamente dire “semplicità”), raggiunge in questo libro vertici assoluti e tutto ciò, unito alla trama, ne fa un vero capolavoro.

La trama è presto spiegata: l’io narrante invia un lungo memoriale al giudice che deve processarlo per l’omicidio dell’amante. Viene raccontato il clima familiare, una moglie perfetta e per ciò stesso inavvicinabile, una vita apparentemente serena e ben organizzata e perciò priva di attrattiva, fino all’arrivo di Martine, la donna in grado di intervenire in modo decisivo sulla vita del protagonista, dandole tutto ciò che manca e al tempo stesso a levandole ogni senso.

La straordinarietà di “Lettera al Mio Giudice” sta anche nelle immagini che Simenon è in grado di evocare o descrivere accanto alla narrazione. Una vetta praticamente inarrivabile è costituita, nelle quattro pagine da 80 a 83 dell’Edizione Adelphi del 1995, dalla metafora della perdita dell’ombra. Il senso di inquietudine originato dal venire meno di ogni certezza, l’inquieta attesa di un domani incerto, e tutto ciò utilizzando l’espediente di un’ombra che improvvisamente sparisce, rende quelle pagine tre le più belle che io abbia letto.