Qual è il senso di una sezione in cui si commentano libri - la maggior parte dei quali di narrativa - in un sito di Psicoterapia e Mediazione Familiare?
Apparentemente nulla. Ci si aspetterebbero commenti sulla depressione o sull'ansia, ma i libri cosa c'entrano?
La mia opinione è che i libri c'entrano eccome.
Come lettore mi aprono a mondi plurimi rispetto al ristretto orizzonte della mia vita quotidiana.
Come terapeuta mi raccontano vicende, modi di pensarle e affrontarle che tanta similitudine hanno con le storie che sento ogni giorno nel mio lavoro.
E mi permettono di imparare, pagina dopo pagina.

Inoue Yasushi - Ricordi di mia madre - Adelphi Editore

Mi è capitato di leggere e di commentare altre opere di questo autore, “Il Fucile da Caccia”, “Amore”, “Vita di un Falsario”, e ho trovato in essi alcuni elementi ricorrenti, tipicamente “letterari”, come la grandissima capacità di descrivere situazioni e stati d’animo con un linguaggio semplice, immediato e al tempo stesso raffinato, oppure l’intreccio di trame in cui si rincorrono vicende di vita comune, rese però con una narrazione che è in grado di indagare le sensazioni e le emozioni dei protagonisti come ho visto fare in pochi autori.

Questo libro - a differenza dei precedenti - mi ha lasciato un senso di sottile amarezza e sgradevolezza anche se non nego possa aver inciso l’argomento in esso trattato.

Come il titolo lascia intuire vi si raccontano i ricordi che l’autore porta con sé della propria madre, in particolare dei suoi ultimi anni di vita. Rimasta vedova dopo la morte del marito – ex militare in pensione – la donna vive il progressivo decadimento cognitivo in prossimità della morte. Tale decadimento si caratterizza fondamentalmente in tre modi: nel dimenticare sistematicamente quanto ha appena detto, il che origina monologhi ripetitivi e snervanti per chi la circonda; nella cancellazione progressiva degli anni più prossimi (i settant’anni, poi i sessanta, i cinquanta e così via) il che provoca un progressivo ritorno al suo essere bambina; e infine nella cocciutaggine – probabilmente derivata dalle altre due modalità già descritte – che porta la donna a insistere con pervicacia su alcuni elementi di base, per lei non negoziabili, primo fra tutti, la volontà di tornare a vivere nel proprio paese natale. I quattro figli cercano infatti di passare del tempo insieme a lei, ma due di essi vivono a Tokyo, e lei di stare in quella città proprio non ne vuole sapere.

La ripetitività nelle frasi e nei pensieri della vecchia madre rendono a sua volta ripetitiva anche la narrazione, che si sviluppa sulle medesime tematiche per l’intera durata del libro e lascia al lettore un senso di sottile disagio. C’è forse una spiegazione di questo disagio: che esso sia originato dall’immedesimazione con il progressivo deterioramento delle capacità cui i più fortunati andranno fatalmente incontro con il passare degli anni.