Qual è il senso di una sezione in cui si commentano libri - la maggior parte dei quali di narrativa - in un sito di Psicoterapia e Mediazione Familiare?
Apparentemente nulla. Ci si aspetterebbero commenti sulla depressione o sull'ansia, ma i libri cosa c'entrano?
La mia opinione è che i libri c'entrano eccome.
Come lettore mi aprono a mondi plurimi rispetto al ristretto orizzonte della mia vita quotidiana.
Come terapeuta mi raccontano vicende, modi di pensarle e affrontarle che tanta similitudine hanno con le storie che sento ogni giorno nel mio lavoro.
E mi permettono di imparare, pagina dopo pagina.

Stig Dagerman - Il Nostro Bisogno di Consolazione - Iperborea

Questo libretto di dimensioni minime contiene quattro micro racconti di Stig Dagerman, e una sarcastica poesia (Attenti al cane), che l’autore poco più che trentenne consegnò al suo giornale la mattina del proprio suicidio. Dagerman ebbe una vita difficile soprattutto nei primi anni. Abbandonato dalla madre dai nonni paterni, venne ripreso dal padre anni dopo, che nel frattempo si era sposato con un’altra donna. Con il padre condivise la grande passione politica per l’anarchia.

Dagerman, che morì nel 1954, viene spesso equiparato a Camus e Kafka, ma forse impropriamente. La caratteristica che lo accompagna – e che lo differenzia dagli altri due autori – è la passionalità, la capacità di schierarsi di ogni sua riga, di ogni parola che scrive.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta viene affrontato il tema dell’inutilità della vita e la possibilità di contrapporle poche armi spuntate, tanto più preziose in quanto le sole a disposizione dell’uomo: la bellezza, l’amore, la gioia che dà un bambino e poco altro. Per il resto la morte è là, presente, e più ancora è presente la depressione, che “ha sette scatole, e nella settima sono riposti un coltello, una lametta da barba, un veleno, un’acqua profonda e un salto da grande altezza”, presagio della scelta che avrebbe fatto alla fine.
Ne “L’uomo che deve morire” il tema del suicidio è trattato letteralmente e non più in forma di metafora: “per l’uomo che deve morire la morte non è una vergogna ma una missione privilegiata affidata a se stesso. Nemmeno in questi ultimi istanti rinnega la sua tendenza all’esibizione. Al tempo stesso toro, torero e pubblico…”. Meravigliosa infine è l’epigrafe che suggerisce per se stesso al termine dell’ultimo racconto, “Il viaggiatore”: “qui riposa uno scrittore svedese caduto per niente; sua colpa fu l’innocenza; dimenticatelo spesso”.